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venerdì 31 maggio 2019

SUL COMODINO: LA MAPPA DEI LIBRI PERDUTI


 Ormai lo avrete capito, tra i tanti generi libreschi che amo frequentare, quello dei libri sui libri occupa una posizione importante. Credo sia perché essi sublimano la mia grande passione per la lettura, mettendo in risalto prima di tutto - prima delle interpretazioni, dei gusti particolari o dell'interesse del momento - il libro in sè, l'idea di libro, l'incredibile varietà di mondi, idee, dimensioni che il libro, ogni libro, è in grado di contenere, e l'incredibile quantità di emozioni, sensazioni, suggestioni che da esso posso ricavare in ogni momento. Ogni libro sui libri rappresenta quindi un omaggio alla lettura e alla sua magia, che è la magia dell'immaginazione ma anche quella della conoscenza, e proprio di conoscenza parla il libro sui libri che vi presento in questo post.
 La mappa dei libri perduti è un saggio uscito questa settimana in cui la storica inglese Violet Moller ricostruisce il percorso di tre grandi classici scientifichi dell'antichità che sono sopravvissuti al crollo dell'Impero romano e al successivo, tormentato periodo delle invasioni barbariche, durante il quale il patrimonio letterario classico ed ellenistico venne messo in serio pericolo. Degli Elementi di Euclide, dell' Almagesto di Tolomeo e delle opere di medicina di Galeno, infatti, erano sopravvissute solo poche copie sparse tra Siria, Anatolia, Grecia ed Egitto. Ed è proprio dall'Egitto che inizia il nostro viaggio, nella città sede della celebre biblioteca nella quale proprio Euclide e Tolomeo composero i loro capolavori. Stiamo parlando, ovviamente, di Alessandria, per lungo tempo capitale della cultura del mondo allora conosciuto e luogo di conservazione dei più importanti manoscritti. Quando la città cadde in rovina (e con essa la biblioteca, distrutta definitivamente nel VII secolo), gli Elementi, l'Almagesto e le opere di Galeno rischiarono seriamente di scomparire. Le vicende che lo hanno impedito costituiscono l'oggetto di questo libro, diviso in sette capitoli (più uno di introduzione e uno di conclusione) come sette furono le città che contribuirono alla difesa e alla diffusione dei testi. L'autrice, nella sua Prefazione, le riassume così:
Da Alessandria [i testi] presero la via del Mediterraneo orientale, giungendo in Siria e a Costantinopoli, dove rimasero fino al IX secolo, allorché gli studiosi di una nuova città, Baghdad, capitale del vasto califfato abbaside, iniziarono a cercarli per tradurli in arabo e utilizzare le idee in essi contenute come fondamento per le proprie ricerche scientifiche. Baghdad fu il primo vero centro di studi dopo la fine dell'età antica, e nel corso del tempo il suo esempio incoraggiò le città di tutto il mondo arabo a costruire biblioteche e investire nel sapere scientifico. Il più importante di questi centri fu Cordova, nella Spagna meridionale, conquistata dalla dinastia degli Omayyadi. [...] Da Cordova, poi, si diffusero in altre città della penisola iberica, e quando i cristiani iniziarono la Reconquista, Toledo emerse come importante centro di traduzione, nonché luogo in cui quegli scritti fecero il loro ingresso nel mondo della cristianità latina. Questa fu solo la via principale presa dai nostri testi. Nel Medioevo, infatti, vi furono anche altri luoghi in cui la cultura dell'antica Grecia, quella araba e quella occidentale entrarono in contatto. A Salerno furono portati dall'Africa settentrionale testi di medicina in arabo (ma derivati da Galeno), che vennero tradotti in latino. La città divenne così per secoli il centro europeo degli studi medici, svolgendo un ruolo fondamentale nella diffusione della medicina. Toccò quindi a Palermo, dove Tolomeo ed Euclide rubarono la scena a Galeno quando gli eruditi tradussero gli Elementi e l'Almagesto direttamente dal greco al latino, scavalcando le versioni arabe nell'intento di ottenere una maggiore precisione. I tre diversi percorsi si riannodarono a Venezia, dove nella seconda metà del XV secolo cominciarono ad affluire manoscritti destinati a essere stampati per la prima volta.  [Grassetto mio]
 A parte per l'intreccio affascinante di storia, libri e cultura, questo testo mi sembra interessante anche perché sottolinea un concetto che nello scenario di contrapposizione ideologica e religiosa che caratterizza il mondo contemporaneo sembra essere stato dimenticato: il mondo islamico e quello cristiano sono connessi da legami profondi e radicati nella storia, che li hanno cambiati e condizionati a vicenda e che hanno dato vita ad un patrimonio intellettuale universale. 

Titolo: La mappa dei libri perduti
Autore: Violet Moller
Editore: Mondadori
Anno di pubblicazione: 2019
Prezzo di copertina: € 22,00
 


lunedì 27 maggio 2019

RECENSIONE: LA QUINTA STAGIONE


Titolo: La Quinta Stagione. La Terra Spezzata I
Autore: N. K. Jemisin
Editore: Mondadori
Anno di pubblicazione: 2019
Prezzo di copertina: € 15,00

Sinossi:
  Le protagoniste di questo romanzo, il primo di una trilogia, sono tre orogene, tre ragazze speciali in grado di prevedere e controllare le scosse telluriche che sconquassano periodicamente l'Immoto, il grande continente in cui vivono, l'unico sul pianeta.
"E' una terra ordinaria come tutte le terre. Montagne e altopiani, canyon e foci di fiumi: le solite cose. Usuale in tutto, tranne che per dimensioni e dinamismo. Si muove molto, questa terra. Come un vecchio che giace irrequieto nel letto, si solleva e sospira, si contrae e scoreggia, sbadiglia e deglutisce. Allora, gli abitanti di questo continente l'hanno chiamato l'Immoto. E' una terra di pacata, amara ironia".
  Le Quinte Stagioni (così sono chiamati questi periodi di sconvolgimento della terra) possono durare un tempo indefinito, si susseguono da sempre e hanno finito col segnare anche a livello lessicale la storia del continente. Si parla infatti, ad esempio, di "Stagione Soffocante" per indicare gli anni che vanno dal 2714 al 2719 dell'era Imperiale, in cui un'eruzione avvolse ogni cosa nel raggio di cinquecento miglia e nascose il sole per cinque anni; oppure della "Stagione dei Denti", causata da un maremoto e dalla conseguente esplosione di un supervulcano, che durò tredici anni e diede vita a diffusi episodi di cannibalismo; oppure ancora dell'antichissima "Stagione errante" (circa 800 ante Imperiale), provocata dallo spostamento del polo magnetico e che costò vent'anni di carestia. (L'elenco completo delle Quinte Stagioni si può trovare in appendice, assieme a un utilissimo glossario)   
  Seguiremo le tre protagoniste separatamente, a capitoli alterni, e pian piano, assieme a loro, impareremo a conoscere questa terra, le sue com, le sue città, la sua organizzazione sociale, la sua storia, le sue leggi. 
  Gli orogeni sono considerati dei "diversi" dal resto della popolazione, degli invidui dai quali è meglio tenersi alla larga (per loro hanno anche coniato il termine dispregiativo "rogga"). Gli stessi poteri che gli permettono di soffocare terremoti ed eruzioni vulcaniche, infatti, sono anche un'arma potentissima in grado di uccidere a miglia di distanza. E anche quando un orogeno si attiva a fin di bene, gli effetti collaterali possono essere disastrosi.
"Ogni volta che la terra si muove tu sentirai la sua chiamata. In ogni momento di pericolo cercherai istintivamente la fonte più vicina di calore e di movimento. Questa capacità è per te quello che sono i pugni per un uomo forte. Quando una minaccia è imminente, farai il possibile per proteggerti, com'è naturale. E quando lo farai delle persone moriranno".
  Per questo motivo ad ogni orogeno viene sempre affiancato un Custode con il duplice compito di addestrarlo nell'uso dei poteri e di controllarlo per impedirgli che quei poteri vengano impiegati in modo improprio. Il legame orogeno-Custode, sancito da un semplice tocco, verrà spezzato solo con la morte di uno dei due. L'Impero Sanze (l'entità politica che domina sull'Immoto) è alla costante ricerca degli orogeni sparsi per il continente. Per questo ha sguinzagliato i suoi Custodi, che vagano di com in com (la com è una comunità, "la più piccola unità sociopolitica del sistema di governo Imperiale, che in genere corrisponde a una città o cittadina, benché città molto grandi possano contenere diverse com") e prelevano chiunque sia in possesso dell'orogenia (bambini ancora ignari dei propri poteri o adulti consapevoli che cercano di nascondersi tra la gente comune) per consegnarli al Fulcro, il centro di addestramento situato a Yumenes, la capitale dell'Impero, rimasta stabile per la maggior parte dei suoi 27 secoli, unica per l'audacia delle costruzioni che vi sono disseminate. 
  Damaya è una di queste bambine. Scovata da Schaffa, il suo Custode Garante, viene strappata alla sua famiglia e portata nella capitale, dove la seguiremo nel suo apprendistato, impegnata con gli altri granelli (i bambini in fase di addestramento di base) a conquistarsi i primi anelli (gli anelli "denotano il rango degli Orogeni Imperiali. Gli apprendisti che non hanno ancora un rango devono superare una serie di prove per guadagnare il primo anello; dieci anelli è il rango più alto che un orogeno possa raggiungere. Ogni anello è in pietra semipreziosa levigata"). Lì si farà le prime amicizie, e lì scoprirà un segreto di cui capirà le implicazioni solo molti anni dopo.
  Essun è invece un'orogena matura, consapevole dei propri poteri ma insofferente al controllo imperiale. Con un passato travagliato alle spalle, si è nascosta a Tirimo, una cittadina delle Sumidlat (l'Immoto è diviso, da nord a sud, in Artidi, Nomidlat, Equatoriali, Sumidlat e Antartidi). Un giorno, rientrando a casa, trova il cadavere del suo figlioletto abbandonato a terra, mentre il marito Jija e la figlia maggiore Nassun sono scomparsi. Sconvolta, la donna lascia la città e parte alla ricerca dei suoi famigliari, convinta che sia stato proprio Jija a uccidere Uche e a rapire Nassun. Il suo viaggio la porterà a sud, verso le Antartidi, nel cuore della devastazione che una nuova Quinta Stagione ha appena provocato. Attraverso le sue peripezie incontreremo altre razze che popolano il continente, tutte impegnate nell'arte più o meno lecita della sopravvivenza. E ci imbatteremo nelle rovine di quelle civiltà che in tempi remoti (o remotissimi) sono state spazzate via dall'avvento di qualche Stagione.
  Syenite, infine, è un quattro anelli che il Fulcro manda in missione ad Allia, una città costiera equatoriale, con il compito di liberarne il porto dall'ostruzione dei coralli. L'impresa non sembra delle più impegnative, ma quando le viene affiancato Alabaster, un dieci anelli i cui poteri sembrano persino superiori a quelli riconosciuti al suo grado, la ragazza capisce che dietro quella missione si nasconde qualcos'altro, qualcosa che metterà in pericolo la vita sua, dei suoi compagni e dell'intero Immoto.
Syenite è un'orogena imperiale, potremmo dire ufficiale, addestrata nel Fulcro e consapevole dei propri compiti e delle limitazioni che deve imporre ai propri poteri, ma è anche una ragazza inquieta e istintiva, insofferente agli obblighi e alle costrizioni. La frattura profonda tra ciò che è e ciò che vorrebbe essere farà emergere l'aspetto più oscuro del sistema di controllo degli orogeni creato dall'Impero.  
  Essun, Damaya e Syenite sono legate da un destino comune, un destino che il lettore scoprirà solo arrivando a leggere il sorprendente finale.
       
Commento:
  Sono stato spinto a leggere questo romanzo dai tre Premi Hugo ottenuti negli ultimi tre anni. Si tratta di un premio importante, il più importante per le opere fantasy e di fantascenza, che nel corso degli anni ha premiato autori del calibro di Philip Dick, Ursula Le Guin, Isaac Asimov, Arthur C. Clarke e William Gibson. Il fatto che per la prima volta nella sua lunga storia esso sia stato assegnato per tre anni consecutivi ad uno stesso autore, uno per ogni capitolo della trilogia, mi è sembrato un motivo sufficiente per avventurarmi tra le 490 pagine de La Quinta Stagione, cui faranno seguito, si spera in tempi brevi, le traduzioni italiane di The Obelisk Gate e The Stone Sky. 
  Adesso, a lettura conclusa, riesco a comprendere i motivi che hanno portato la World Science Fiction Society a questo riconoscimento eccezionale. La Quinta Stagione è un romanzo bellissimo, un worldbuilding (come dicono quelli bravi) nel quale tutto risulta pressoché perfetto, dall'ambientazione tratteggiata con precisione e ricchezza di particolari, ai personaggi finemente cesellati e carichi di personalità, alla trama avvincente.
  E' soprattutto un romanzo originale, in cui i topoi della narrativa fantastica vengono reinventati ed adattati ad un mondo vivo (anche in senso letterale!), vero, sfaccettato, approfondito nella descrizione fisica e in quella sociale, nel quale, nonostante le strane peculiarità che lo caratterizzano, non ci vuole nessuno sforzo per entrare ed esserne catturati. Niente è lasciato al caso, ogni elemento degno di rilievo ai fini dell'intreccio è studiato minuziosamente e presentato nel modo più naturale possibile, compresi quelli che fanno da sfondo, tanto che sei certo che da qualche parte quei 'mestri, quegli obelischi fluttuanti, quegli immensi geodi scintillanti esistano davvero da qualche parte, in qualche terra incognita non segnata sulle nostre mappe.       Ma è anche un romanzo attuale, attualissimo. Si parla infatti di diversità, di esclusione dello straniero perché in possesso di chissà quali poteri in grado di sovvertire l'ordine costituito, di salvaguardia del pianeta, di ecologia. Come ha ben sintetizzato lo scrittore Vincenzo Latronico, "la Jemisin usa l'epica e il fantasy per affrontare i temi cruciali del nostro tempo [...] e dà vita - con toni vividi e accattivanti, con una ricchezza di dettagli indimenticabile - a un mondo squarciato dallo scontro fra l'uomo e il pianeta, infestato dai fantasmi delle civiltà che non lo hanno saputo affrontare".
  Dicevamo dei topoi. C'è innanzitutto il tema del viaggio, tanto caro al fantasy moderno, qui reinterpretato da Essun che compie un viaggio fisico alla ricerca della figlia rapita, ma anche un viaggio nel tempo attraverso le rovine delle civiltà del passato. C'è la magia, rappresentata da una specie di pseudo scienza che combina a determinate doti innate e istintive una profonda conoscenza geologica. Ci sono le leggende tramandate oralmente, la cui interpretazione, nel bene o nel male, dipende solo dalle orecchie di chi ascolta. E c'è poi, last but not least, il tema della lotta del bene contro il male, anche questa riveduta e corretta in un conflitto in cui i confini tra l'uno e l'altro sono molto sfumati e i ruoli, compreso quello di Padre Terra, non sempre così chiari. 
  Ci sono poi le caste, le casate importanti, le costruzioni fiabesche (Castrima dev'essere una città bellissima!), gli eroi, i sacrifici per un bene superiore, creature fantastiche e inquietanti, azione, avventura, amore. Insomma, tutto ciò che non può mancare in un epic fantasy che si rispetti qui lo potete trovare, presentato con uno stile solenne eppure scorrevole, immerso in un'atmosfera aliena che la meticolosità dell'autrice finisce per rendere familiare, e resterete in ansiosa attesa del seguito che, se ho interpretato bene il finale, ci trasporterà in mondi che nessun abitante dell'Immoto ha mai visitato prima.    
    
Consigliato a:
Gli amanti dell'epic fantasy e del fantasy in genere.

Voto:  
5/5 

mercoledì 6 febbraio 2019

SUL COMODINO: UNA SPA PER L'ANIMA



"Questo libro è pensato come una Spa, un percorso di ben-essere interiore in cui ogni tappa è una lettura che si prende cura di un aspetto di noi e ci aiuta a vivere meglio, rinnovandoci. Spa deriva (oltre che dall'omonima città belga) dalla locuzione latina Salus per aquam, la salute grazie all'acqua. Proprio come l'acqua che, scaturita da fonti lontane da noi, apparentemente inaccessibili, ci disseta a valle, allo stesso modo alcune delle pagine più belle che gli antichi Greci e Latini hanno pensato e scritto nutrono la nostra anima con sorsi di bellezza. Con Eschilo apprendiamo il coraggio di avere paura, con Sofocle la formula della giovinezza, mentre Euripide ci aiuta ad allenare la nostra volontà e Seneca ci insegna come diventare i migliori amici di noi stessi: è la letteratura che entra nella vita di ogni giorno".
E poi ci sono le ricette di vera bellezza di Ovidio e Galeno, l'allenamento delle parole di Cicerone, il giardino misterioso dell'amicizia di Socrate, dello stesso Cicerone e di Omero, la costruzione delle radici di Quintiliano, la filantropia di Menandro. E per finire c'è anche un "piccolo dizionario delle parole che contano (e confortano)", in cui vengono riprese le parole-chiave citate nel testo, quelle che dovrebbero costituire il lessico della nostra bellezza interiore e il viatico per ritrovarla ogniqualvolta la vita quotidiana ce la nasconde dietro le urgenze e le preoccupazioni materiali. 
Nel libro di questa professoressa di Greco e Latino, insomma, non solo troviamo, come si evince dall'introduzione di cui sopra ho citato un passo, una serie di saggi insegnamenti tratti dai grandi classici sul modo migliore, cioè più sereno e fedele a noi stessi possibile, di affrontare l'esistenza, ma vi possiamo anche percepire l'affetto contagioso della lettrice appassionata nei confronti di queste opere senza tempo, che ci aiuta e ci invita ad affrontarle a nostra volta. Non dobbiamo avere paura dei classici, perché, come diceva Sainte-Bauve, "un vero classico è un autore che ha afferrato qualche passione eterna e ha parlato a tutti in uno stile suo, nuovo e antico, felicemente contemporaneo di tutte le epoche". Ogni classico, proprio in quanto tale, ci parla e ci rivela qualche pezzetto di noi stessi, ci consola e ci offre delle risposte. Ma, ci dice l'autrice, "esiste un classico a misura di ciascuno: non siamo noi a leggere i classici, ma loro a leggere noi". 

Titolo: Una Spa per l'anima. Come prendersi cura della vita con i classici greci e latini
Autore: Cristina Dell'Acqua
Editore: Mondadori
Anno di pubblicazione: 2019
Prezzo di copertina: € 17,00 

domenica 6 gennaio 2019

RECENSIONE: NEL MURO


[Mio padre] non tollerava le donne nemmeno in fasce. Gli piacevano, certo. Gli piacevano come a mia mamma piacevano gli uomini, ma voleva averle a modo suo. Schiave silenziose, sottomesse e impaurite, tappeti da calpestare e buttare via a calci. Agli amici d'osteria spiegava che le donne dovrebbero essere fatte dal collo alle ginocchia. Testa e caviglie non erano necessarie. Almeno per lui. Così diceva, ostentando il suo ghigno feroce. Suo padre, cioè mio nonno, era quasi peggio. Affermava, e lo faceva spesso, che non bisogna uccidere le donne solo perché fanno gli uomini. Questo era mio nonno. E ha detto anche di peggio. Allora che devo fare? Anch'io ho quelle tendenze. Siamo di razza. Una razza maledetta da Dio.

Titolo: Nel muro
Autore: Mauro Corona
Editore: Mondadori
Anno di pubblicazione: 2018
Prezzo di copertina: € 19,00 

Sinossi
Giunto a quello che lui stesso ha deciso essere il termine della sua vita (ha in programma da tempo di suicidarsi), un uomo ripercorre le tappe della sua esistenza difficile all'ombra di imprecisate montagne dell'Italia settentrionale, fino al ritrovamento, nell'intercapedine del muro di una baita in mezzo ai boschi, che ha deciso di acquistare e ristrutturare, di tre corpi mummificati di donne la cui morte risale a centocinquant'anni prima. Sulla loro pelle è incisa una lunga serie di segni misteriosi che hanno tutta l'aria di essere una lingua sconosciuta. Chi erano quelle donne? Perché hanno fatto quella fine? E che storia (se di una storia si tratta) è stata incisa sui loro poveri corpi, forse mentre erano ancora in vita, a giudicare dall'espressione di puro terrore con cui sono rimasti pietrificati i tratti del volto? Il protagonista senza nome decide di dedicare gli ultimi anni della sua esistenza a decifrare quello che lui chiama "il mistero delle mummie", con la speranza che esso possa alla fine dare un senso alla maledizione che sembra gravare sulla sua stirpe, i cui membri sono da sempre caratterizzati da un rancore e da una misoginia che sono spesso sfociati in atti di crudeltà gratuita e inaudita nei confronti delle donne, e che hanno corroso in maniera irreversibile le loro anime. Con la compagnia del vino, della belladonna, delle tre mummie e di una cerva che chissà come mai ha deciso di non staccarsi mai da lui, tormentato da visioni da film horror, pieno di rabbia nei confronti del mondo e di chi lo abita, insofferente ai rapporti umani (se si esclude un breve flirt con una donna, l'unica di cui si sia mai innamorato, che è la classica eccezione che conferma la regola), il nostro uomo trascorre le stagioni tra la baita e i boschi che la circondano (con alcune rare escursioni nel mondo esterno quando viene convinto a esporre e promuovere le sue sculture di legno), a cercare di tradurre quei segni in una lingua conosciuta, perché sente dentro di sè che proprio lì, in quei corpi martoriati, si nasconde il segreto della maledizione dei Galvan, e quindi anche quello del suo destino.      

Pregi
C'è questa descrizione, a pagina 67, che ricorda il Corona di un tempo, quello che sapeva irretirti con le parole trasportandoti di peso dentro un paesaggio, dentro un'atmosfera. La riporto integralmente, perché è stato l'unico momento in cui mi sono sentito appagato dalla lettura.
Una sera tornavo dal bosco verso casa. Per arrivarci dovevo traversare il torrente su un ponte di legno e poi una frazione tenebrosa abbandonata dagli abitanti. Veniva giù dalle montagne quel vento di novembre che taglia la faccia e avvilisce l'anima. Vicino al capitello di San Gervasio, un faggio tremava. Nelle case vuote tintinnavano i vetri, come se i vecchi abitatori battessero con le dita sulle finestre. Le ombre della sera, piegate come falci, rasavano il selciato invaso da erbe secche e sambuchi scheletriti. L'autunno portava il freddo come l'aria porta una nuova voce e io pensai al Natale. All'angolo della via, una lampadina solitaria mandava una fioca luce che agitava l'anima e ingigantiva la malinconia. Il silenzio pioveva sul borgo abbandonato come neve invisibile. Non viveva più nessuno in quel grappolo di case. Dov'era la gente? Che fine aveva fatto? Era andata via. Lungo il torrente a monte alcuni imprenditori stavano alzando una diga e gli abitanti presero paura, così avevano lasciato tutto ed erano partiti. Più in alto il resto del paese stava al sicuro. Sessant'anni prima, quando veniva il Natale, nel borgo abbandonato suonava la campana, batteva un orologio. Tra le vie sussurravano voci, ombre intabarrate scantonavano furtive. Nelle case balenavano i fuochi dei camini. Ora più niente. Tutto era buio e silenzio.

Difetti
Ho cominciato a leggere questo libro spinto dalla buona impressione che mi avevano lasciato altri romanzi di Corona, Storia di Neve e Il canto delle manére in primis, ma mi sono ben presto reso conto che Nel muro mai avrebbe potuto competere con la verve narrativa, l'incisività delle descrizioni e il fascino della trama e dei personaggi di quei lavori ormai lontani nel tempo. Ci ho trovato infatti una trama piatta e monotona, un personaggio ripugnante e uno stile ripetitivo e ridondante, prolisso al punto che duecento pagine in meno non gli avrebbero tolto nulla. Non ci ho trovato invece un'anima (se non quella nerissima e respingente del protagonista), un significato, un qualche tipo di morale, un senso. C'è questo tizio che odia le donne (ma neanche per gli uomini prova questa grande simpatia), le stuprerebbe e poi le ammazzerebbe tutte, che scopre la storia di un suo antenato che le donne le ha stuprate e uccise davvero. Punto. E quindi? Cosa vorresti dirmi con questa storia, buon vecchio Mauro Corona? Perché mi son dovuto sorbire quasi 280 pagine di rancore, odio e misoginia, di scene stomachevoli e di pensieri disgustosi solo per arrivare ad un finale che si conosceva già fin dall'inizio? Sì, perché neanche il mistero delle mummie (l'unico incentivo che mi ha trattenuto dal sistemare il libro sotto la gamba del comodino traballante già dopo le prime cento pagine) svela alla fine chissà cosa, ma rivela solamente (di nuovo, come se tutto il resto del romanzo non parlasse che di quello) il carattere turpe e depravato dei discendenti maledetti dei Galvan. Sì sì, per carità, c'è anche l'infanzia difficile, il padre che mena e la madre che si concede allegramente ad altri uomini sotto gli occhi sempre più spenti del figlio, la vita aspra e difficile in montagna, una certa vena artistica che il protagonista ha sfruttato per dare sfogo alla sua misoginia (non sia mai!), e tutto il campionario dei motivi (per niente originali) che lo hanno fatto diventare quello che è: un relitto umano senz'anima, senza amore, legato più agli animali che agli esseri umani, solitario per scelta anche nella morte, un uomo che il rancore ha svuotato della sua umanità riempiendolo di triste visioni, tristi ragionamenti, tristi progetti, tristissime opinioni sul mondo e sui suoi abitanti. Forse sono io che non ho capito (cosa plausibilissima), ma dovrebbe stare in questo background familiare e nelle sue conseguenze il significato del libro? Oppure nella scoperta dell'ereditarietà del male e nell'intento del protagonista di estinguere la stirpe maledetta dei Galvan ponendo fine alla sua misera vita? Oppure nell'isolato ed effimero barlume con cui l'amore ha rischiarato per un brevissimo periodo il suo animo tetro? Oppure ancora nella scoperta stessa della maledizione che grava sulla famiglia da centocinquant'anni? Oppure...che cosa? Non so... Se qualcuno di voi ci ha trovato qualcosa, in questo libro, di illuminante, di emozionante, di qualsiasi cosa, gli sarei grato se me lo facesse sapere, giusto per poter dire di non aver sprecato il mio tempo in modo tanto inutile e, mi tocca dirlo, davvero irritante.

Consigliato a 
Stavolta invece che un consiglio voglio dare uno "sconsiglio". Sconsiglio questo libro a tutti coloro che per un motivo o per l'altro si sentono depressi. Non contribuirà certo a tirarvi su il morale. Anzi.

Voto
1/5       

martedì 18 settembre 2018

RECENSIONE: QUINTO COMANDAMENTO



Titolo: Quinto comandamento
Autore: Valerio Massimo Manfredi
Editore: Mondadori
Anno di pubblicazione: 2018
Prezzo di copertina: € 20,00

Sinossi
Il romanzo è ispirato alle avventure di un missionario saveriano incontrato dall'autore. Padre Marco Giraldi (questo il nome del suo personaggio nella finzione narrativa) è originario di un paesino delle valli bergamasche e fin da bambino (da quando, a scuola, rimase affascinato dalla testimonianza di un missionario) sa che il suo destino sarà, appunto, la missione. Magari in Africa.
Era quello il motivo per cui aveva alzato la mano quel giorno nell'aula delle elementari quando il missionario, dopo i suoi racconti avventurosi, aveva chiesto chi volesse venire con lui? Lo sentiva per la prima volta con certezza: era il guidare una jeep in mezzo a una piana costellata di acacie scheletrite e scorticate sotto un cielo con milioni di stelle in attesa che sorgesse la luna piena, enorme disco d'argento; udire il leone far tremare la terra con il suo ruggito sincopato, sentire che il rumore del motore veniva ingoiato dal silenzio, trasformato in un ronzio appena percettibile. Era l'avventura solitaria, il rischio che gli soffiava sul volto brividi di emozioni sconosciute fino a quel momento, risuonare di voci lontane e sommesse a volte in un coro difforme, a volte nell'armonia dell'immensità notturna.
Marco, quindi, fedele a quell'impulso giovanile, si farà sacerdote, e la sua prima missione sarà la più difficile e pericolosa che gli potesse capitare: in Congo, alla vigilia della concessione dell'indipendenza da parte del Belgio. Siamo nel 1960 e il paese centrafricano è sull'orlo di una sanguinosa guerra civile. La tanto agognata indipendenza, infatti, non è un semplice atto di liberalità da parte della monarchia di re Baldovino, ma nasconde delle motivazioni politiche ed economiche molto precise. L'intento degli europei è sì quello di liberarsi di una colonia il cui mantenimento era diventato troppo costoso, ma nello stesso tempo è anche quello di non perdere la possibilità di sfruttare i ricchi giacimenti di minerali preziosi del Katanga appoggiando a loro volta la richiesta d'indipendenza di quelle regione, che sarebbe poi stata guidata da un governo fantoccio guidato dalle potenze europee e dagli Stati Uniti. Per contrastare questo disegno Patrice Lumumba, il nuovo primo ministro, chiede aiuto prima all'ONU e poi all'Urss, innescando così tutta una serie di alleanze che vedranno contrapporsi sovietici, cinesi, cubani e congolesi ribelli da una parte e europei, americani ed esercito regolare dall'altra. L'assassinio di Lumumba non farà che inasprire il conflitto, dando ai Simba (i più sanguinari tra i ribelli) un motivo in più per sfogare la propria violenza su chiunque potesse in un modo o nell'altro essere considerato vicino all'invasore. E i docili missionari, non adusi alla violenza (che anzi viene loro vietata dai voti pronunciati), inermi e indifesi, subiranno le conseguenze più cruente di questa escalation di ferocia e di morte. Sarà proprio per salvare questi missionari dalle atroci torture dei ribelli che padre Marco, seguendo la propria coscienza che gli intima di accorrere in aiuto dei fratelli anche se questo significa disobbedire ai voti pronunciati, diventa un prete soldato, fino ad essere ufficialmente "arruolato" dall'esercito congolese di Mobutu coi gradi di colonnello. Da quel momento in poi la sua missione non sarà più quella canonica di evangelizzare e civilizzare il popolo, bensì di guidare vere e proprie missioni militari aventi lo scopo di liberare altri religiosi rimasti pericolosamente nelle zone controllate dai Simba. Il suo "Quinto commando", composto da mercenari scelti da lui stesso e guidato con l'appoggio dei suoi fedelissimi "quattro angeli" (un missionario spretato francese, un congolese dalla mira infallibile, un ex repubblichino e un radiomarconista), verrà così ingaggiato, con la benedizione del nunzio apostolico (presente da anni in Africa e che quindi conosce la realtà della situazione molto meglio dei diretti superiori di Marco, che invece lo richiamano più volte all'ordine), per compiere diverse incursioni in territorio nemico, che permetteranno il salvataggio di centinaia di missionari e di civili. E che faranno diventare il nostro protagonista e il suo battaglione delle vere e proprie leggende.

Pregi
Si tratta di un romanzo pieno di azione e avventura, in cui secondo me il pregio maggiore è quello di farci entrare nel vivo di un evento storico che, vuoi per questioni di propaganda, vuoi per effettive difficoltà di interpretazione, rimane ancora oggi carico di ombre e in cui i confini tra il ruolo dei "buoni" e quello dei "cattivi" non è così netto come potrebbe apparire di primo acchito. I ribelli, infatti, dopo il doppio gioco del Belgio, sembrerebbero dalla parte del giusto, rivendicando la piena indipendenza tanto promessa e opponendosi alle mire economiche di sfruttamento del Katanga da parte di potenze straniere. Tant'è che lo stesso Louis Chevallier, uno dei "quattro angeli" e forse l'amico più caro di Marco in Congo, all'inizio sostiene la loro causa. Ma poi i loro metodi cruenti, i loro rapimenti e le loro torture gli hanno fatto perdere l'appoggio non solo di Luois, ma anche dello stesso Marco (aiutato in tutte le sue missioni militari dall'esercito regolare) e del lettore che non può che schierarsi con la sua dedizione a un compito superiore che lo porta più volte sull'orlo della morte. Epperò... Sulla scena c'è anche un certo Ernesto Guevara, detto "il Che", oggi immagine iconica della lotta del popolo contro l'oppressione del potere, che in Congo era giunto per esportare la propria idea di rivoluzione schierandosi quindi coi suoi castristi dalla parte dei ribelli. Chi ha ragione? I ribelli che combattono per la libertà, ma che si servono di metodi inumani, o i regolari che si ergono a difensori dei deboli con l'unico scopo di consegnare il Congo (o almeno la sua regione più ricca) nelle mani dello straniero? "Io dò retta solo alla mia coscienza" ci dice padre Marco, e non si può certo non essere d'accordo con lui quando questa sua coscienza lo porta a rischiare la vita per salvare le suore dallo stupro e i padri missionari dalle torture. Lo si è forse un po' meno quando si capisce che per raggiungere tale nobilissimo scopo deve schierarsi dalla parte degli oppressori e degli sfruttatori. Ma questa opacità, queste contraddizioni, questo confuso intrecciarsi di fini giusti con mezzi sbagliati e viceversa non sono forse la caratteristica principale di tutte le guerre? 

Difetti
Molto bene, quindi, dal punto di vista della trama, della storia che si dipana veloce e della Storia che le fa da cornice e da coprotagonista. Molto meno bene, invece, dal punto di vista della resa narrativa. Potrei definire questo romanzo una grande storia scritta senza passione. Manca completamente l'empatia, la partecipazione dell'autore ai fatti narrati che accompagni il lettore non solo dentro la vicenda, ma soprattutto dentro gli animi dei protagonisti, nelle loro emozioni e nei loro turbamenti, nel loro cuore. Gli slanci interiori dei personaggi, emotivi o sentimentali che siano, le loro reazioni più intime ai fatti che accadono intorno a loro e che li muovono, sono sempre liquidati con frasette di circostanza o, peggio, lasciati all'interpretazione del lettore. La scena di Marco e Thiago condannati a morte, ad esempio, con tutto il carico di emozioni contrastanti che dovrebbe portare con sé, è descritta così male da sembrare una gag da cabaret che non strappa nemmeno una risata. La cosa è così smaccata da farmi pensare a una scelta consapevole di Manfredi, quella cioè di puntare tutto sui fatti lasciando che siano loro a parlare anche per i personaggi. Ma se così fosse il suo intento sarebbe miseramente fallito, perchè lo spessore di tali personaggi ne risulta a mio parere gravemente svilito. Chiuso il libro (che ammetto di aver letto con una certa fatica) mi è rimasta la sensazione di aver avuto a che fare con una cronaca, più che con un romanzo. Di esso mi ricorderò la storia del Congo, mi ricorderò di Lumumba, Mobutu e Mulamba, di Che Guevara, di Kasavubu, dei Simba e di tutti quei personaggi che quella storia hanno contribuito a scriverla. Mi ricorderò invece un po' meno di Marco e di Rugenge, del dottor Kazianoff e di padre Vezzali, di Solari e di "Piero e poi basta", di Louis e di Bashira; di tutte quelle figure cioè che in quella storia hanno vissuto e lottato ma che l'autore non ha saputo (o voluto) rendere pienamente reali.

Consigliato a
Chi ama il romanzo storico avventuroso

Voto
3/5                     

sabato 18 agosto 2018

SUL COMODINO: THE TERROR



Titolo: The Terror
Autore: Dan Simmons
Editore: Mondadori
Prezzo di copertina: € 17,00


Nel 1845 due grandi navi a vapore della Marina inglese, la Erebus e la Terror, salparono dal porto di Greenhithe, in Inghilterra, per cercare il famigerato passaggio a nord-ovest, la possibilità cioè di poter attraversare il Mar Glaciale Artico a nord del Canada e raggiungere l'oceano Pacifico senza essere così costretti a circumnavigare il continente americano. Al comando della spedizione c'era Sir John Franklin, un esploratore esperto che aveva già preso parte a tre precedenti spedizioni nell'Artico. Le navi riuscirono a raggiungere lo stretto di Vittoria, nei pressi dell'isola di Re William, e lì rimasero imprigionate tra i ghiacci. Da questo punto in poi finisce la Storia e inizia la leggenda, perchè John Franklin e i 128 membri dell'equipaggio non furono mai più visti da anima viva.
Dan Simmons, pluripremiato autore di fantasy, horror e fantascienza (suo, tra gli altri, il ciclo di Hyperion), si getta a capofitto in questo buco della storia e prova a colmarlo con un romanzo dalle forti tinte horror. Gli equipaggi delle due navi, bloccati nella morsa del freddo e della fame, devono fare i conti con la disperazione e la follia. Dopo tre inverni trascorsi sulla banchisa, le provviste sono quasi esaurite e lo scorbuto miete numerose vittime. Si verificano episodi di cannibalismo, molti marinai si ammutinano e cominciano a verificarsi dei fatti inquietanti: prima l'apparizione di una giovane eschimese muta che sembra insensibile al freddo e alla fame, poi una creatura misteriosa che si aggira tra le navi uccidendo i marinai a uno a uno. Cosa ne sarà dei superstiti?
Dalla quarta di copertina: 
Dan Simmond crea un ibrido letterario perfettamente riuscito, che fonde ricerca storica, romanzo horror e narrazione mitologica, lasciando con il fiato sospeso fino all'epilogo geniale e imprevedibile.
Pubblicato per la prima volta in Italia nel 2008, viene ora riproposto in una bella edizione della collana Oscar Fantastica in occasione della messa in onda dell'omonima serie televisiva della Amazon Prime Video.
 

domenica 5 agosto 2018

RECENSIONE: LA COLONNA DI FUOCO




Titolo: La colonna di fuoco
Autore: Ken Follett
Editore: Mondadori
Prezzo di copertina: € 27,00
Anno di pubblicazione: 2017 

"Quando un uomo è certo di conoscere il volere di Dio, ed è deciso ad assecondarlo a qualunque costo, è la persona più pericolosa al mondo"
Sinossi
Terzo capitolo della "saga di Kingsbridge", dopo I pilastri della terra (1990) e Mondo senza fine (2007), il romanzo è ambientato nel XVI secolo, nel pieno delle lotte di religione che vedono contrapposti i cattolici da una parte e i protestanti dall'altra. Nella finzione narrativa questo conflitto è rappresentato da due famiglie di Kingsbridge: i Willard, protestanti e i Fitzgerald, cattolici. Il collegamento col precedente Mondo senza fine sta, oltre che nella cittadina inglese e nella sua cattedrale attorno alla quale si svolgono le vicende di tutti e tre i romanzi, anche nella discendenza che entrambe le famiglie vantano da quella di Merthin il costruttore e di suo fratello Ralph, protagonisti in lotta fra di loro del secondo capitolo della saga. 
La cornice storica copre un arco temporale che va dal 1568, con la cattolicissima Maria Tudor sul trono d'Inghilterra e Maria Stuarda su quello di Scozia, al 1620, con la partenza della Mayflower e dei padri pellegrini da Plymouth verso le Americhe. Al centro di questo periodo si staglia il lungo regno di Elisabetta I, la "regina vergine", che, pur protestante convinta, più di ogni altro tenterà di praticare la tolleranza religiosa e di cui Ned Willard diventerà consigliere e capo delle spie. 
La precisazione storica è importante perché qui più che negli altri due romanzi le vicende dei protagonisti sono legate al contesto in cui si muovono, anzi mi viene quasi da dire che la Storia è il protagonista principale, essendo tutto quello che succede a Ned e agli altri condizionato e, spesso, guidato dagli avvenimenti politici e militari che segnano quel periodo. In pratica, il rapporto classico che contraddistingue i romanzi storici tra realtà e finzione è qui rovesciato, con l'invenzione letteraria che sta al servizio della realtà storica, e non viceversa. 
Detto questo, qual è questa finzione? Si parte, come detto, dal 1568, quando Ned, diciottenne, torna a Kingsbridge dopo un anno di apprendistato presso l'agenzia commerciale di famiglia a Calais, città della Francia allora sotto il dominio inglese. La sua è una famiglia benestante, guidata, dopo la morte prematura del padre, dalla madre Alice, donna intraprendente con un solido e giudizioso senso degli affari. Sul trono d'Inghilterra siede Maria Tudor, la figlia maggiore di Enrico VIII, il sovrano che aveva portato la chiesa anglicana allo scisma da quella di Roma. Maria è una cattolica intransigente, tanto da passare alla storia col soprannome di "sanguinaria" per le persecuzioni perpetrate nei confronti dei cristiani protestanti, che da quando è salita al trono sono considerati eretici e, in quanto tali, passibili di pena capitale. Anche Ned e i suoi sono sospettati di eresia, anche se la loro vicinanza all'ideologia protestante è improntata alla tolleranza e non ha niente di fanatico. Ned è innamorato, ricambiato, della giovane Margery, appartenente ad una famiglia, quella dei Fitzgerald, che invece professa orgogliosamente il proprio orientamento religioso cattolico e lo esibisce come una bandiera. Per queste divergenze religiose, ma anche per le ambizioni di avanzamento sociale del padre Reginald e del fratello Rollo, i due non sono destinati a coronare il loro sogno d'amore, e Margery viene promessa in sposa al rampollo di una nobile casata, naturalmente cattolicissima, che porterà in dote alla famiglia Fitzgerald l'ingresso nell'aristocrazia inglese. Il rapporto tra le due famiglie si guasterà definitivamente quando i Fitzgerald, aiutati dal vescovo bigotto e corrotto di Kingsbridge a disattendere palesemente un contratto stipulato tra Reginald ed Alice, affosseranno definitivamente gli affari dei Willard, già provati dalla riconquista francese di Calais e quindi dalla perdita del loro principale avamposto commerciale. A questo punto Ned, perse contemporaneamente la donna che ama e la stabilità economica, decide di accettare l'invito di William Cecil ad entrare nell'entourage di Elisabetta Tudor (la figlia minore di Enrico VIII e, in quanto tale, legittima erede della sorella Maria, che non aveva figli) per preparare la sua pacifica salita sul trono dopo la morte dell'attuale regina. Lavoro non dei più facili, visto che i cattolici osteggiano la successione di una regina protestante e caldeggiano invece l'incoronazione di Maria Stuart, regina di Scozia da quando aveva sei giorni, pronipote quindicenne di Enrico VIII e promessa sposa del futuro re di Francia, ma soprattutto nata e cresciuta nella più stretta osservanza della religione cattolica. Per contrastare l'ascesa al trono di Elisabetta, inoltre, i cattolici mettono in dubbio addirittura i suoi natali, sostenendo che è sì figlia di Enrico VIII, ma illegittima. Comincia così la carriera diplomatica di Ned, che lo vedrà partecipare, spesso in ruoli determinanti, ai più importanti eventi storici di quello scorcio di secolo. A partire proprio dalla scelta di Elisabetta come nuova regina d'Inghilterra, quando sarà proprio lui, ormai diventato suo stretto collaboratore e confidente, a informarla della decisione appena ratificata dal Parlamento, in questa scena che ho trovato particolarmente emozionante.
Elisabetta era nel suo salotto con Cecil, Tom Parry e Nell Baynsford. Quando Ned entrò, indossando ancora il pesante mantello per cavalcare, lo fissarono tutti in un silenzio teso. Lui si avvicinò a Elisabetta. Cercò di conservare un'aria solenne, ma non riuscì a trattenersi dal sorridere. Lei decifrò la sua espressione e Ned vide le sue labbra incresparsi leggermente in un sorriso di risposta. "Siete la regina d'Inghilterra" le disse. Si tolse il cappello, piegò un ginocchio e fece un profondo inchino. "Vostra maestà" aggiunse.
Elisabetta dichiara il protestantesimo religione di stato, ma non eserciterà contro i cattolici la mano pesante con cui Maria Tudor aveva mandato sul rogo tanti protestanti, perché il suo vuole essere il regno della tolleranza, in cui ogni inglese può professare la religione che preferisce, se non è di disturbo agli altri. Ma sarà molto difficile per lei tener fede a questo intendimento, perchè i cattolici continuano a considerare il protestantesimo un'eresia, e forti anche della bolla papale con cui Pio V nel 1570 scomunica Elisabetta e libera i suoi sudditi dall'obbligo di obbedirle, continuano a tramare nell'ombra, e la regina dovrà per forza di cose ricorrere alla violenza per stroncare sul nascere i diversi complotti volti a ucciderla o, comunque, a destituirla. In tutto questo Ned Willard rapprenterà la longa manus della regina, il capo del suo servizio di spie, e vivrà in prima persona tutti quegli eventi che faranno dell'Inghilterra il centro dell'Europa tra la fine del XVI e l'inizio del XVII secolo: la prigionia di Maria Stuarda, i suoi ingegnosi tentativi di fuga e la sua decapitazione finale; la sanguinosa notte di San Bartolomeo a Parigi dell'agosto del 1572, quando migliaia di ugonotti (i protestanti francesi) vennero trucidati dai cattolici; la guerra contro la Spagna che culminerà nella famosissima sconfitta dell' Invincibile armada di Medina Sidonia nel 1588; la morte di Elisabetta nel 1603, fino all'ultimo, estremo tentativo dei cattolici di riprendersi il potere ai danni del subentrato Giacomo I d'Inghilterra con l'altrettanto famosa congiura delle polveri del 1580, quando Guy Fawkes cercò di far saltare in aria il Parlamento inglese con tutti i più importanti uomini politici del regno, re e Ned Willard compresi. Mentre sullo sfondo (come dicevo prima, al contrario di quanto succede nel romanzo storico classico qui sullo sfondo c'è la finzione letteraria, mentre in primo piano c'è la Storia) i nostri protagonisti si schierano dall'una o dall'altra parte, vivono le loro storie d'amore e, animati da ideali opposti e da opposti interessi, si battono per i propri campioni.

Pregi
Ken Follett si riconferma uno dei più bravi narratori contemporanei scrivendo un romanzo che, usando un'espressione un po' inflazionata, ma mai come in questo caso appropriata, ci fa entrare nel vivo della Storia. Praticamente tutto quello che ci viene raccontato è basato su fatti realmente accaduti (comprese le complicatissime vicende amorose che hanno portato la regina Maria Stuarda ad essere deposta dai suoi stessi sudditi e ad essere imprigionata a Loch Leven), che possiamo rivivere attraverso le voci e gli sguardi di chi quei fatti li ha vissuti in prima persona. I personaggi più importanti sono infatti proprio quelli storici: le tre regine, i notabili al loro servizio, i sovrani stranieri, i cospiratori, gli ambasciatori, tutti realmente esistiti e tutti tratteggiati nella finzione letteraria secondo il loro vero carattere e le loro reali inclinazioni. Il nostro complice e messaggero all'interno della Storia, colui che partecipa per noi a quegli avvenimenti e ce li racconta, è Ned Willard, che a seconda dei casi si presenta come una spia, un cospiratore, un agente di polizia, un confidente, un suddito ossequioso, un amico e un amante. Sono molteplici, infatti, i registri di questo libro, che pur restando un romanzo storico a tutti gli effetti assume all'occorenza le tinte di un avvincente romanzo d'avventura, di un'emozionante storia d'amore, di un classico romanzo di cappa e spada e di una intrigante spy story. Mi ha affascinato soprattutto (ed è anche l'aspetto più sviluppato) lo spionaggio, in particolare le trame messe in atto dai cattolici per liberare Maria Stuarda e metterla a capo della loro ribellione contro Elisabetta, e le controtrame architettate da Ned e dalle sue spie per smantellarle, con tanto di lettere cifrate, pedinamenti, agenti segreti che si controllano a vicenda, messaggi segreti, doppiogiochisti. Ma anche le battaglie e le avventure per mare catturano l'attenzione e l'immaginazione, per non parlare dei continui intrighi di corte, delle diverse attività commerciali che impegnano i nostri personaggi in Inghilterra, in Spagna, in Francia, nei Paesi Bassi e nelle Americhe, degli intrecci amorosi pieni di tradimenti e rivalità, ma anche di affetto e dedizione, dello spessore morale di alcuni e del bieco egoismo di altri, dell'intensità generale delle emozioni e dei sentimenti più o meno condivisibili che animano il tutto. Insomma, chi entrerà in questa storia ne uscirà bello carico, di nozioni e di sensazioni, voglioso di saperne di più e soddisfatto del lungo viaggio intrapreso e portato a termine. Cosa si può pretendere di più da un romanzo?

Difetti
Nessuno di rilievo

Consigliato a 
Gli amanti del romanzo storico, quello ben fatto.

Voto
5/5
 
          
    

                  
   
  

mercoledì 13 giugno 2018

RECENSIONE: TU CHE SEI DI ME LA MIGLIOR PARTE


Titolo: Tu che sei di me la miglior parte
Autore: Enrico Brizzi
Editore: Mondadori
Prezzo di copertina: € 20,00
Anno di pubblicazione: 2018


Sinossi
Tommaso Bandiera è un ragazzino come tanti altri. Frequenta la scuola elementare, gioca a calcio con gli amichetti e ama ascoltare i discorsi avventurosi dello zio Ianez quando, la domenica, la famiglia si ritrova a casa di nonna Sandra. In compagnia degli inseparabili Matteo Maria Selva, detto il Biondino, e Athos, il Mezzosangue, compie le prime marachelle e vive le prime cotte, fino all'apparizione di Ester, il vero amore, che condizionerà la sua vita fino alla maggiore età. Alle medie conosce Raul Germano, "il mio peggiore amico", ragazzo più maturo dal passato misterioso, un po' bullo e un po' grande saggio, che lo farà entrare di peso nell'adolescenza. Grazie a lui infatti imparerà cosa significa essere fedeli agli amici e alla parola data, parteciperà alle prime zuffe, conoscerà il brivido pericoloso della vendetta ma anche i classici della musica rock e punk che Raul gli passa nelle musicassette TDK e che saranno da quel momento in poi la colonna sonora della storia. Ma il carisma di Raul cattura anche Ester, e così tra i tre si creerà una sorta di triangolo sentimentale che farà da sfondo alla crescita burrascosa dei ragazzi. Tommy, Athos e il Selva continueranno a frequentarsi anche dopo le medie, amici inseparabili che insieme ad alcune nuove conoscenze poco raccomandabili affronteranno l'iniziazione alle droghe, la frequentazione della curva Reno allo stadio con gli annessi tafferugli e le spedizioni punitive a suon di lame e mazze contro le tifoserie rivali, la ribellione alla rigida educazione impartita dal parroco del quartiere. Al liceo Tommy conosce anche il sesso, ma il suo cuore resta legato a quello di Ester, che intanto continua a lanciargli segnali contraddittori: prova anche lei qualcosa per lui o gli è del tutto indifferente? Saranno la ricomparsa in scena di Raul ed una pericolosa missione legata a faccende di droga e tradimenti a chiarire, alfine, come stanno veramente le cose.

Pregi
Si tratta del classico romanzo di formazione, che segue la crescita di Tommy e dei suoi amici dalle scuole elementari alla maggiore età. La lettura è godibile, a tratti divertente e a tratti commovente, col registro della narrazione che cambia man mano che i protagonisti dall'infanzia si avvicinano all'età adulta. L'innocenza e la spensieratezza del Tommy bambino sfumano poco a poco nella irrequietezza e nel desiderio di sperimentare sempre nuove esperienze del Tommy adolescente, lasciando alla fine intravedere il carattere del Tommy adulto. L'unico filo rosso che collega tutte queste fasi della vita del protagonista è la sua travagliata storia d'amore con Ester, sempre presente nella sua mente ma che solo alla fine troverà una sorta di realizzazione. Tutti i personaggi sono ben delineati, e si assiste con empatia alla graduale differenziazione dei loro caratteri.

Difetti
Un po' troppo lungo, secondo me. Da un certo punto in poi potrei dire di essere stato anestetizzato, nel senso che non riuscivo più a farmi coinvolgere come all'inizio, quando la storia della vita di Tommy era ancora aperta ad ogni possibilità. Non riesco a motivare bene il retrogusto amaro che mi è rimasto una volta chiuso il libro... Forse il fatto che mancassero dei colpi di scena importanti che risvegliassero la mia attenzione, forse questa storia d'amore tirata per le lunghe che sembrava non portare da nessuna parte, o forse la scontatezza delle scelte di questi adolescenti che si lasciano "traviare" dai bulletti più grandi di loro al punto da rischiare il carcere o persino la morte... Fatto sta che non posso dire di esserne entusiasta, anche se comunque non ho provato nessun blocco e l'ho letto più o meno volentieri fino alla fine. Mi sento di dire che nell'ambito del romanzo di formazione Brizzi aveva già dato tutto con Jack Frusciante è uscito dal gruppo, e se proprio abbiamo voglia di leggere qualcosa che ne sia all'altezza apriamo Due di due di Andrea De Carlo, e teniamo quest'ultimo lavoro dell'autore bolognese per i tempi di magra. 

Consigliato a
Chi ha voglia di sguazzare nelle acque torbide e tempestose dell'adolescenza.

Voto
3/5               

lunedì 7 maggio 2018

RECENSIONE: L'ULTIMA PATRIA

Titolo: L'ultima patria
Autore: Matteo Righetto
Editore: Mondadori
Prezzo di copertina: € 18,00
Anno di pubblicazione: 2018


Sinossi:
Sono passati due anni da quando la Jole De Boer e suo padre Augusto sono tornati dalla loro avventura oltre il confine austriaco, raccontata nel romanzo L'anima della frontiera (Mondadori 2017), e adesso la loro vita si svolge in modo tranquillo ancorché stentato nella loro fattoria di Nevada, minuscolo paesino situato tra l'altopiano di Asiago e la val Brenta. Con loro ci sono la mamma Agnese, devota custode del focolare domestico, la sorella Antonia dalla spiccata religiosità e il fratellino Sergio, allegro e vivace come sono tutti i bambini di otto anni, sempre pronto a dare il suo piccolo contributo in casa o nei campi di tabacco. Siamo nel 1898, e molti abitanti dei paesini montani come Nevada stanno abbandonando le proprie case per cercare un po' di fortuna ed una vita meno dura in America. Ma non i De Boer, che cercano ostinatamente di tirare avanti con l'orgoglio e la determinazione di chi è strenuamente attaccato alle proprie radici. Ma in un giorno di novembre simile a tanti altri, mentre la Jole si trova in pianura per curare il fratellino malato e Antonia è da poco entrata in convento, un destino amaro si abbatte sui loro piani di tranquillità e pace. Augusto ed Agnese vengono barbaramente uccisi da due balordi che li derubano delle loro scarse sostanze. Venuta a conoscenza della tragica fine dei genitori nel modo più scioccante, la Jole decide di intraprendere l'unica strada che ritiene a quel punto possibile, quella della vendetta. 
La natura e la montagna, questo lo sentì bene, erano e sarebbero sempre state dalla sua parte, il destino aveva voluto che lei sopravvivesse. E le bastò questo per decidere cosa fare. Pace per i suoi cari. Giustizia per lei.
 Riesuma quindi il suo fucile, fedele compagno del viaggio in terra d'Austria di due estati prima, barda di tutto punto il suo amato cavallo Sansone e parte all'inseguimento degli assassini, carica di odio e di fredda determinazione, in un viaggio straziante immerso in una natura scabra e maestosa che si candida a vera protagonista della storia, come già era successo negli altri romanzi di Righetto. Ma quello della Jole diventerà anche un lungo viaggio interiore, che la porterà a prendere decisioni drastiche, a mettere alla prova il suo coraggio e a scegliere alla fine, ancora una volta, la sola strada per lei percorribile.  

Pregi
Quando ho cominciato questo libro avevo appena finito di leggere un romanzo d'avventura, ricco di azione e di colpi di scena, per cui di primo acchito ho trovato la prosa di Righetto troppo scarna e priva di emozione, arida come la storia che sembrava raccontare. Ma poi pian piano sono entrato nel nuovo ritmo, e ho capito che quello era il modo più adatto per descrivere la montagna, quel paesaggio aspro e solenne che chiude l'orizzonte e non permette ai sogni di volare troppo lontano, così come il carattere delle persone che ci vivono dentro, troppo impegnate a rincorrere il passo spedito delle stagioni per lasciarsi andare a dispendiosi slanci emotivi. Credo che il termine che riassume il tutto sia economia. Economia di energie e di fantasie inutili, resa - me ne sono poi reso conto - con economia di parole, di lessico e sintassi. Nessuna negligenza, dunque, nessuna mancanza di coinvolgimento o pochezza di spunti narrativi. Anzi. La storia, per quanto semplice e lineare, comincia ad un certo punto a prenderti con sè, poi a legarti ad essa, infine a toccarti dentro. E lo fa proprio in virtù di questo stile essenziale e preciso, che non spreca parole nè concetti, ma disegna un percorso lineare e sconnesso come sono i sentieri tortuosi che la protagonista deve affrontare. La bravura dell'autore sta proprio in questa capacità di farti entrare in modo fluido ma nello stesso tempo inesorabile nel vivo delle cose, con una lingua che da "economica" si fa invece ricercata quando deve descrivere quella che, come detto, è forse la protagonista principale del romanzo, e cioè la natura, la montagna con i suoi animali e i suoi repentini cambiamenti atmosferici, e gli stati d'animo che essa provoca soprattutto nel personaggio di Jole. 
Oltre all'odore della carne sul fuoco, d'intorno si propagavano forti e resistenti i profumi del bosco e della notte - resine, funghi, pini -, e dei rumori, sempre più chiari, netti e inquietanti: i lontani ululati di quelle bestie che avevano provato ad aggredirla, i più vicini versi del tasso e della martora, e poi i richiami minacciosi del barbagianni, dell'assiuolo e della civetta nana. A un tratto avvertì chiaro il verso oscuro, misterioso e profetico del gufo reale, e quella sera, in quel luogo e in quella circostanza, le parve un suono davvero sinistro. Si fece sempre più vicino ed angosciante, finchè lo sentì provenire proprio dalla manciata di larici aggrappati alla falesia dietro di lei.
Questa precisione nel linguaggio che si manifesta quando si tratta di raccontare la natura raggiunge il culmine nella descrizione dei vari tipi di neve, che l'autore indica coi loro nomi cimbri: bruskalan, la neve leggera, secca e farinosa dal profumo pulito; bachtalasneea, ovvero la neve della quaglia, che si scioglierà presto; e haapar, la neve in discioglimento sparsa a chiazze sui prati.
Ma il romanzo non è solo un'immersione, per quanto suggestiva, nel mondo dei montanari veneti di fine ottocento, è anche una bella storia di vendetta e coraggio, incentrato sulla figura di questa ragazza educata da una famiglia onesta e rispettosa delle regole, ma formata dall'ambiente duro nel quale si è trovata a vivere.
"Mai fatto un giorno di scuola in vita mia. La mia scuola è la montagna"
E quando la vecchietta di Almeda le dice "Questa sarà la nostra ultima patria", lei pensa: "Noi povera gente siamo tutti cittadini dell'ultima patria". Un'ultima patria che però non ha ormai più niente in serbo per la Jole, la quale, sgravatasi del peso della vendetta, è ormai pronta a seguire la strada già intrapresa da tanti suoi compaesani, e cioè la strada che porta in America.
Subito dopo, però, fu pervasa da un'altra sensazione: uno stupefacente senso di libertà. La gioia infinita di non avere più obblighi e catene, nessun legame. Niente di niente. Il suo futuro le si rivelò meraviglioso come quel cielo stellato. Fu in quel momento che ebbe la certezza: dopo aver sistemato Strim sarebbe partita.
 Giudizio assolutamente positivo, quindi, per quest'opera di Matteo Righetto, autore che può essere tranquillamente accostato agli altri due grandi cantori della montagna a lui conterranei: Mauro Corona e Mario Rigoni Stern.

Difetti
Nessuno in particolare

Consigliato a 
Gli amanti della montagna
Gli amanti di Mauro Corona e di Mario Rigoni Stern

Voto
5/5 


 

 

mercoledì 25 aprile 2018

RECENSIONE: PATHFINDER

Titolo: Pathfinder
Autore: Orson Scott Card
Editore: Mondadori
Prezzo di copertina: € 16,00
Anno di pubblicazione: 2017


Sinossi
In un pianeta chiamato Giardino, dove la vita quotidiana è simile a quella del nostro medioevo, il ragazzino Rigg scopre di avere un dono: vede le scie che gli altri viventi, uomini o animali che siano, lasciano dietro di sè quando si spostano. Scie di diversi colori a seconda che gli esseri siano più o meno lontani nel tempo. Il Papà (così è sempre stato abituato a chiamarlo) lo ha preparato non solo a diventare un bravo cacciatore di pellicce, ma anche un uomo in grado di cavarsela in ogni occasione, erudito in materie come la fisica, la retorica e la finanza, astruse per gli altri montanari che condividono il loro piccolo villaggio. Il motivo di questa bizzarra educazione diventerà chiaro a Rigg quando il Papà morirà e lui sarà costretto a fuggire da Guado Perduto, inseguito dal sospetto di essere la causa della morte di un bambino che in realtà lui aveva cercato invano di salvare. Da questo momento in poi potrà contare solo sul suo particolare dono e sulle conoscenze che il Papà gli ha lasciato in eredità, insieme ad un borsello pieno di gemme preziose e ad una missione da compiere: raggiungere la capitale per conoscere sua mamma e sua sorella, che lui credeva perdute per sempre. E il mondo che Rigg aveva sempre conosciuto a poco a poco si dissolverà, mostrando a lui e ai suoi nuovi compagni di avventura una verità che va al di là ogni immaginazione.

Pregi
Avventura, viaggi nel tempo, fantascienza, sprazzi di filosofia di vita e di insegnamenti morali, ironia e complesse elucubrazioni di fisica teorica si susseguono in questo fantasy "crossover" scritto nel 2010 ma arrivato solo ora in Italia, primo di una trilogia di cui è già stato pubblicato il secondo volume Rovine. Affascinante e intrigante, rinfresca il tipico cliché fantasy del viaggio della "compagnia" più o meno assortita con frequenti incursioni nel genere attiguo della fantascienza, senza perdere l'atmosfera avventurosa e magica della prima, nè il rigore scientifico della seconda. Un viaggio mozzafiato nel tempo e nello spazio, quindi, che si fa leggere volentieri da chi è in cerca di una sana dose di divertimento.


Difetti
Le disquisizioni troppo lunghe e frequenti sulle implicazioni dei viaggi nel tempo appesantistono un po' il racconto e confondono anche il lettore più attento.



Consigliato a
Tutti gli amanti di fantasy e fantascienza

Voto
4/5

giovedì 5 aprile 2018

RECENSIONE: GIACOMO CASANOVA. LA SONATA DEI CUORI INFRANTI

Titolo: Giacomo Casanova. La sonata dei cuori infranti
Autore: Matteo Strukul
Editore: Mondadori
Prezzo di copertina: € 19,00
Anno di pubblicazione: 2018


Sinossi
Venezia, 1755. Giacomo Casanova, appena tornato nella sua città natale, viene avvicinato dalla bella dama di compagnia di una famosa contessa austriaca. La sua padrona, dice, è venuta a conoscenza del suo arrivo e lo invita quanto prima al suo palazzo. L'avvenenza della fanciulla e l'innato spirito di avventura spingono il grande libertino ad accettare. La sfida che la contessa gli lancerà sarà la causa del suo innamoramento della splendida Francesca Erizzo, di una sfida a duello, della prigionia ai Piombi, di una fuga rocambolesca e del conseguente esilio nelle vesti di spia, nella cornice di una lotta di potere che vede il suo antagonista, l'inquisitore nero Pietro Garzoni, non badare a scrupoli per cercare di salire sullo scranno più alto della Republica, quello del Doge.
E' il primo episodio di una nuova serie.

Pregi
Dopo la tetralogia dedicata ai Medici il padovano Strukul si sposta a Venezia per raccontarci le gesta del più grande libertino della storia, e lo fa con un romanzo "letterario e popolare insieme" (definizione dell'autore), in cui l'eleganza e la decadenza della città lagunare fanno da sfondo ad una serie di avventure mozzafiato. Spiccano il linguaggio ricercato e la perizia nelle descrizioni di ambienti e atmosfere, mentre il personaggio di Casanova è tratteggiato in tutte le caratteristiche che lo hanno reso famoso, sulla base dei molti documenti storici che l'autore ha evidentemente consultato.
Lettura molto piacevole che mette d'accordo gli amanti del romanzo d'avventura e quelli che cercano una scrittura attenta e ricercata, puntigliosa e precisa nel lessico e assolutamente scorrevole. Inoltre, come detto, le vicende storiche che fanno da sfondo e la stessa figura del protagonista sono il frutto di profonde ricerche documentali di cui l'autore si premura di citare le fonti nella Nota. Per cui riusciamo anche a farci un'idea della situazione sociopolitica di Venezia a metà del XVIII secolo, quando la decadenza dei costumi e le continue lotte per il potere stanno portando l'istituzione del dogado e la Repubblica stessa verso il collasso.

Difetti
Nessuno di rilievo

Consigliato a
Gli amanti dei romanzi di cappa e spada
Gli amanti del romanzo storico e avventuroso
Gli esigenti estimatori del romanzo ben scritto

Voto: 5/5