domenica 12 luglio 2020

LE MIE ULTIME LETTURE (MARZO - LUGLIO 2020)


  Post cumulativo con le recensioni delle mie ultime letture. Bene Dicker, Randall, Binet, Gabaldon e Rickman Vantrease. Così così Dumas. Male De Amicis.

L'enigma della camera 622 
Joel Dicker
La nave di Teseo

  Dai romanzi di Joel Dicker ormai so cosa aspettarmi: ambientazione tradizionale, intreccio articolato, tanti personaggi, piccoli e grandi colpi di scena, false piste e colpevoli insospettabili. E tante pagine. Macchine da lettura, ingranaggi oliati e precisi che sono un invito implacabile a girare pagina, a scoprire come va a finire. Se mi va bene, ci posso trovare anche un buon approfondimento psicologico dei personaggi (come ne La verità sul caso Harry Quebert e ne Il libro dei Baltimore). 
  In questo senso L'enigma della camera 622 è senza dubbio un romanzo alla Dicker, 620 pagine che ho letto tutto d'un fiato, incolpando dell'omicidio (dopo aver scoperto chi è stato ucciso più o meno a metà libro...) ora l'uno ora l'altro, sballottato nella storia dall'estro machiavellico dell'autore che si diverte, come sempre, a convincere, confondere, dissuadere e riconfermare i miei sospetti. 
  Forse, però, stavolta ha forzato la mano un po' troppo. Le tante storie che si intrecciano (tanti romanzi in uno), i continui flashback e rimandi, la scelta di raccontare i fatti nel momento stesso in cui vengono scoperti (creati?) dalla coppia di investigatori improvvisati che sono i protagonisti ufficiali (anche se ogni microstoria ha, in fondo, un suo protagonista), creano un certo disorientamento, e bisogna restare concentrati per non attribuire fatti e misfatti a personaggi o a tempi sbagliati. Verso la fine, poi, questo sovrapporsi di vicende e di persone passate, presenti e future si fa sempre più insistente, come un treno lanciato a ruota libera che dà l'ebbrezza della velocità ma che rischia ad ogni curva di sbalzarti fuori. 
  Niente di insuperabile, comunque. Basta tenersi belli stretti con l'attenzione e tenere bene a mente i vari snodi che si sono superati durante il tragitto per arrivare sani e salvi al traguardo. E qui, come sempre capita con Dicker, si verrà ricompensati con un paio di colpi di scena degni dei migliori autori di mystery.
  Da segnalare, poi, l'ingrediente nuovo di questo romanzo rispetto ai precedenti, rappresentato dai riferimenti autobiografici legati alla dedica del libro all'editore storico di Dicker, Bernard de Fallois (scomparso nel 2018). Uno dei due "protagonisti ufficiali", come li ho definiti, è uno scrittore di nome Joel, ed è chiaramente un alter ego dell'autore, che racconta (è una delle tante storie nella storia) la genesi e il percorso editoriale dei suoi primi due romanzi. Veniamo così a conoscere i retroscena della "costruzione" del successo de La verità sul caso Harry Quebert, il libro che ha fatto conoscere l'autore svizzero in tutto il mondo, e, non meno interessante, il rapporto pieno di affetto e gratitudine che legava Dicker al suo mentore. Questo, insieme alla precisa e suggestiva ambientazione ginevrina (un chiaro omaggio dell'autore alla sua città natale), costituiscono due ulteriori punti di forza che mi spingono a consigliarvi la lettura del romanzo, che siate o meno dei "dickeriani" della prima ora.
              
Hyperversum Unknown 
Cecilia Randall
Giunti

  Per chi non la conoscesse, la saga di Hyperversum è costituita da sei romanzi divisi in due trilogie. La prima comprende Hyperversum (2006), Hyperversum. Il falco e il leone (2007) e Hyperversum. Il cavaliere del tempo (2009). E' la storia di due amici, Ian e Daniel, che giocando ad un videogame di ambientazione medievale vengono catapultati in carne e ossa nella Fiandra del XIII secolo, nel pieno della guerra tra Francia e Inghilterra. Qui diverranno loro malgrado protagonisti di una lunga serie di avventure che segneranno in modi diversi i loro destini. La seconda trilogia comprende Hyperversum Next (2016), Hyperversum Ultimate (2017) e Hyperversum Unknown (2019), e vede come protagonista Alexandra, la figlia di Daniel, finita anch'essa nel medioevo. Tutti i romanzi contengono una buona dose di avventure, una bella ambientazione storica (in effetti sono per larghi tratti dei romanzi storici, anche se in genere la saga è etichettata come fantasy), l'elemento dei viaggi nel tempo e, soprattutto negli ultimi tre, una non secondaria componente sentimentale. 
  Hyperversum, il primo episodio, fu giustamente definito un libro per ragazzi. In seguito, un po' come è successo alla saga di Harry Potter, parallelamente alla crescita dei protagonisti anche i toni cambiano, perdendo l'ingenuità e la leggerezza iniziale per diventare più maturi. In particolare le scene di violenza, discrimine certo tra la narrativa per ragazzi e quella indirizzata ad un pubblico adulto, diventano più crude e realistiche, e in generale l'autrice lascia briglia sciolta alla storia, senza più preoccuparsi dell'opportunità o meno di descrivere nei minimi particolari un duello all'ultimo sangue o una decapitazione. Questo processo di "emancipazione stilistica" si completa nell'ultimo romanzo della serie, questo Hyperversum Unknown che ho appena finito di leggere, che è a tutti gli effetti un romanzo per adulti, anche se resta comunque adatto anche ai più giovani.
 Il fulcro del romanzo, come detto, sta nelle vicende di Alexandra, per tutti Alex, incaricata dal re di Francia di spiare una confidente della moglie dell'imperatore Federico II, che il suo innamorato Marc deve scortare al confine tra Francia e Impero. La missione non avrà un lieto fine, e Marc verrà gravemente ferito. Per salvargli la vita Alex sarà costretta a mettere a rischio il segreto che Daniel e Ian hanno tenuto nascosto per vent'anni, ovvero l'accesso ad Hyperversum...
  Quella di Hyperversum è una saga che ho seguito fin dall'inizio, e non sono mai rimasto deluso. Certo, deve piacere il genere, che in questo caso, come detto, non è chiaramente catalogabile ma che definirei un misto tra storico (soprattutto), fantasy (solo per quanto riguarda lo spunto iniziale del videogame) e avventura, ma è comunque una lettura godibile e non banale, molto scorrevole, scritta bene e con personaggi che ci si diverte a seguire e per i quali ci si ritrova a tifare. Il tema del viaggio nel tempo, poi, resta sempre affascinante, e la Randall lo maneggia con intelligenza, facendone una fonte ulteriore di suspense e di imprevedibilità.
   
Civilizzazioni 
Laurent Binet
La nave di Teseo

    Nel 1492 Cristoforo Colombo giunge in America, convinto di trovarsi nelle Indie, e trova ad aspettarlo un esercito ben organizzato di Incas equipaggiati con armi da fuoco e cavalli, che lo fanno prigioniero e gli impediscono di tornare in Europa. Quegli Incas sono i discendenti di un gruppo di vichinghi sbarcati secoli prima sulle coste del Canada, provenienti dalla Groenlandia, e da lì scesi fino all'attuale Messico. Furono proprio i groenlandesi a civilizzare i popoli primitivi dell'America centrale, insegnando loro a combattere e preparandoli alle future incursioni nemiche. Il loro imperatore Atahualpa, in fuga da una guerra fratricida, raccolte le testimonianze del navigatore genovese non ci pensa due volte e salpa alla volta dell'Europa con duecento compagni, intenzionato a trovare per la sua gente nuove terre e un nuovo destino. Sbarcano a Lisbona, in una città martoriata da un recente, terribile terremoto che ne ha decimato la popolazione. Sfruttando la situazione, con acume tattico e opportunismo, Atahualpa e i suoi uomini riescono poco per volta ad insinuarsi nelle gerarchie politiche del vecchio continente, fino a sconfiggere in battaglia Carlo V in persona e a sottomettere il Sacro Romano Impero Germanico. Da lì alla conquista dell'intera Europa il passo è breve, e in pochi decenni gli Incas arriveranno a dominare su entrambe le sponde dell'oceano Atlantico.
  Classico esempio di ucronia, il romanzo di Binet (già autore di HHhH e de La settima funzione del linguaggio), si fa leggere per l'inventiva e la vivacità, ma soprattutto per la rivisitazione in chiave sostanzialmente parodistica di tanti aspetti che hanno caratterizzato la società europea del XVI secolo: le guerre di religione, la moralità ipocrita, i meschini giochi di potere. Il confronto tra Incas ed europei, due mentalità antitetiche e per molti versi inconciliabili, mette in luce tutti i difetti (questi sì, storici) dei principi fondanti della nostra civiltà occidentale, a partire da una religione che celebra un Dio lontano e indifferente (il Dio inchiodato, come lo chiamano gli Incas), ma non per questo meno assetato di sangue, fino alla sperequazione economica che condanna i poveri ad una miseria intollerabile e agli intrighi e ai tradimenti su cui si appoggiano coloro che detengono il potere. Atahualpa entrerà in contatto con i più importanti personaggi dell'epoca, dal già citato Carlo V fino a Lorenzo de' Medici, parteciperà, a modo suo, a eventi fondanti come l'invenzione della stampa, la riforma protestante e la nascita del capitalismo e, una volta ottenuto il potere, cercherà di correggere quelle che lui considera ingiustizie attraverso una serie di riforme, come la libertà di culto, la redistribuzione delle terre e una drastica diminuzione delle tasse. 
  Il romanzo è piacevole da leggere, divertente, "intelligente", come lo hanno giustamente definito. Un bel gioco a incastri tra realtà e finzione, con in più la componente parodistica che invita alla riflessione. L'unico appunto che mi sento di fare riguarda la freddezza cronachistica della narrazione (che probabilmente riflette una precisa scelta stilistica dell'autore), che raramente porta ad un coinvolgimento emotivo, e l'accumulo, soprattutto verso la fine, di troppi fatti e personaggi che fa un po' perdere l'orientamento. Per il resto è senz'altro una lettura che mi sento di consigliare.   
    
Tamburi d'autunno
Diana Gabaldon
Tea

  Continuo la lettura di Outlander con questo che nell'edizione italiana corrisponde al sesto capitolo. Jamie, Claire e Ian arrivano finalmente a River Run e conoscono Zia Jocasta, che propone al nipote di prendere in mano la gestione della tenuta. Approfittando della proposta del Governatore Tryon, Jamie decide invece di prendere possesso di un grande appezzamento di terra immerso nelle foreste del North Carolina e di fondarvi Fraser's Ridge, la fattoria dove avrebbe vissuto con Claire, Ian, Fergus, Marsali e tutti gli highlander che fossero stati disposti a coltivare quelle terre e a costruirvi una casa. La vita nella natura selvaggia, lontano da qualsiasi forma di civiltà, si rivelerà inizialmente più impegnativa del previsto, tanto che sia Jamie sia Claire, in occasioni diverse, rischieranno la vita.
  In questo episodio ci sono altri snodi importanti: facciamo la conoscenza di Stephen Bonnet, che in seguito influirà in modo drammatico sulle vite dei protagonisti; Jamie e Claire stringono amicizia con gli indiani che vivono sulle montagne che circondano la loro tenuta; Lord John Grey e William, il figlio che Jamie ha avuto in Inghilterra con Ginevra Dunsany, piombano inaspettatamente a Fraser's Ridge, per il dispetto di Claire. Intanto, nel XX secolo, Roger fa una terribile scoperta che riguarda il destino di Claire e Jamie, mentre si rafforza la sua relazione con Brianna.         
  Arrivato al sesto capitolo, e nonostante sappia già più o meno quello che deve succedere (avendo seguito la serie tv che è arrivata alla quinta stagione ed è un bel po' più avanti rispetto a questo romanzo), la saga continua ad appassionarmi, scorrevole e briosa, intensa senza essere mai pesante, con continui cambi di ritmo che tengono a bada la noia e con una serie di personaggi che ormai mi sembra di conoscere come se fossero vecchi amici. La Gabaldon ha il dono dell'affabulazione, di saper costruire storie, forte di uno stile che non va mai fuori controllo e di una grande varietà di timbri narrativi, non ultimo un vivace senso dell'ironia che è riuscita a infondere in maniera perfetta nella sua eroina Claire, figura di donna nello stesso tempo fuori dal comune e assolutamente verisimile, fragile e determinata, ingenua e intelligente, che proprio (anche) grazie al sense of humor riesce a barcamenarsi tra le emozioni più disparate che le avventure in questo nuovo mondo sconosciuto la costringono ad affrontare. In Outlander si trovano avventure, guerre, storie d'amore, esotismo, giallo, sfondo storico, sesso e violenza q.b., ambientazioni di ampio respiro e personaggi memorabili. Non sono ancora arrivato a metà saga. Chi più felice di me?  

Il miniaturista 
Brenda Rickman Vantrease
Rizzoli

  Delizioso romanzetto storico che giaceva da anni nella mia libreria e che mi sono finalmente deciso a prendere in mano. Ho scelto bene, perché mi ha fatto passare diverse ore in piacevole compagnia di personaggi ben sviluppati, in un'ambientazione tratteggiata con gusto e stile. Siamo nella seconda metà del XIV secolo, in Inghilterra, e sullo sfondo di un Medioevo forse un po' di maniera, ma comunque efficace, si snoda la storia d'amore fra Lady Kathryn e il miniaturista Finn, impegnato di nascosto a miniare la prima traduzione inglese della Bibbia del teologo Wycliffe, considerato eretico dalla Chiesa. 
  Quello che mi ha colpito in particolare è l'atmosfera delicata che pervade il romanzo, leggera e ricercata al tempo stesso, frutto di una prosa mai sopra le righe, anche quando la trama si agita e le vicende si fanno turbolente. E' un romanzo che rilassa, consapevole di non avere grandi pretese e quindi umile, al quale si perdona anche qualche imprecisione storica, che procede su onde calme accompagnando con grazia il lettore verso quello che secondo me è un finale notevole, coraggioso e per nulla scontato.
  Consigliato a chi cerca il romanzo d'atmosfera, sentimentale e non noioso.
      
Il conte di Montecristo 
Alexandre Dumas
Fabbri

Ebbene sì, non avevo ancora letto Il conte di Montecristo (e non è l'unico classicone che mi manca...). Ho colmato questa lacuna imperdonabile approfittando del lockdown, con grandi aspettative legate alla fama del libro, considerato dai più un Imprescindibile della letteratura mondiale. Forse proprio perché mi aspettavo tanto l'entusiasmo, alla fine, non è stato pari a quello iniziale, e le riserve che mi sono appuntato non sono poche.
  Innanzitutto la trama. Trattandosi di "romanzo d'appendice", o "feuilleton" che dir si voglia (romanzo pubblicato a puntate su un giornale), l'intreccio rappresenta gran parte del fascino della lettura, e da questo punto di vista non ho niente da eccepire. Soprattutto nella prima parte, fino all'evasione, la storia fila che è una meraviglia, intrigo e mistero catturano la completa attenzione del lettore e creano quella che Robert Louis Stevenson ha definito "un'inconfondibile atmosfera da romanzo". Dopo, è tutto un susseguirsi di inganni, sotterfugi, travestimenti, agguati ed elaborati piani di vendetta che magari non hanno lo stesso impatto della parte iniziale, ma comunque non lasciano tregua, accompagnando felicemente (e voracemente) il lettore fino all'inatteso epilogo. Tutto bene quindi? Ni, perché forse non tutti sanno (io ad esempio non lo sapevo) che gran parte di questa trama così ricca di spunti e di colpi di scena non è frutto dell'inventiva di Dumas, ma è tratta (in alcuni casi letteralmente copiata) da un racconto di un certo Peuchet, archivista alla Prefettura di polizia di Parigi, che si era divertito a raccogliere i fatti più insoliti (ma tutti rigorosamente veri) accaduti nella capitale francese agli inizi del XIX secolo e a pubblicarli sui giornali più diffusi dell'epoca. Il racconto in questione si intitolava Il Diamante e la Vendetta e narrava di fatti avvenuti nel 1807. Questi sono alcuni snodi importanti de Il conte di Montecristo che Dumas ha preso pari pari dal racconto di Peuchet:     
1- Il piano architettato da Danglars, Fernando e Caderousse per incastrare Edmondo (comprese le reticenze di Caderousse).
2- Il conseguente arresto di Edmondo con l'accusa di essere un bonapartista (nell'originale un sostenitore dei moti insurrezionali in Vandea) e la sua scomparsa improvvisa coperta da segreto di Stato.
3- La lunga prigionia (nell'originale sette anni).
4- La figura dell'abate Faria, il suo tesoro nascosto (nell'originale duecentomila franchi in pietre preziose e tre milioni in monete d'oro sotterrati a Milano) e l'affidamento ad Edmondo del suo recupero.
5- Il ritorno a Parigi di Edmondo, ora ricco, e la scoperta del tranello tesogli da Danglars e compagni.
6- Mercedes che dopo averlo atteso invano decide di sposare Fernando.
7- Edmondo che, travestito da abate, si reca da Caderousse per farsi rivelare i particolari dell'inganno (compreso il diamante offerto a Caderousse in cambio della sua confessione).
8- Caderousse che uccide il gioielliere.
9- La vendetta di Edmondo.
10- Alcuni dei sotterfugi messi in atto da Edmondo per portare a termine la sua vendetta.
11- La prigionia di Danglars, costretto a dilapidare le sue fortune per sfamarsi (nell'originale, è l'omologo di Caderousse a imprigionare l'omologo di Edmondo, che poi uccide).
 Non c'è niente di male nel trarre ispirazione da altre storie, vere o inventate che siano (i libri sono abituati a parlare tra loro, come diceva Guglielmo da Baskerville), ma fa una certa impressione sapere che il grande Edmondo Dantes non è "figlio" di Dumas, che le sue drammatiche peripezie e la sua sete di vendetta non sono "originali", che l'ossatura del romanzo è presa di sana pianta da un'altra parte. La trama resta avvincente, la lettura piacevole e veloce, ma l'alone di leggenda che avvolge questo libro (e il suo protagonista) ne esce per forza di cose un po' ridimensionato. 
  Detto ciò, si può discutere anche dello stile, che all'inizio mi ricordava tanto quello dei testi teatrali (in effetti ho poi scoperto che Dumas, prima di dedicarsi al romanzo, scriveva drammi), così piatto e descrittivo, basato sui dialoghi e sulle diverse reazioni dei personaggi, sostanzialmente monocorde e privo di qualsiasi ambizione estetica. Si può discutere anche degli inserti religiosi, del tentativo continuo di dare una giustificazione etica alla vendetta di Edmondo, che in realtà di etico ha ben poco. Dello scarso, scarsissimo approfondimento psicologico dei personaggi, dell'incoerenza di certe scene e dei luoghi comuni che imperversano, dello scarso appeal emotivo che non sia quello legato alla pura avventura. 
  Per concludere, direi che sono d'accordo con Umberto Eco, che osò dire che "Il conte di Montecristo è senz'altro uno dei romanzi più appassionanti che siano mai stati scritti e d'altra parte è uno dei romanzi più mal scritti di tutti i tempi e di tutte le letterature".   
     
Cuore
Edmondo De Amicis
Editrice Girotondo

  L'ho visto nella libreria di famiglia in mezzo a romanzoni improbabili e instant books scaduti da decenni e mi sono detto: "Perché no?". Mal me ne incolse. Libro di un'altra epoca, in tutti i sensi. Per lo stile, per i temi, per il messaggio. Se è vero, come scrisse Calvino, che "un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire", di sicuro "Il Libro Cuore", come pomposamente viene chiamato, non può essere un classico. Quello che aveva da dire poteva forse suscitare un qualche tipo di reazione nei ragazzi che adesso sono i nostri nonni, non ancora smaliziati dalla letteratura di massa e pronti a farsi influenzare da storie caramellose e strappalacrime che si presentano come un pressante invito alla commozione puro e semplice, un fiume di buonismo che scorre imperterrito fino alla fine del libro. 
  Ho sperato fino in fondo che i toni cambiassero, che una qualche rivoluzione irrompesse in quella scuola o in quella famiglia a rovesciare il Regno dei Buoni Sentimenti facendo germogliare altre emozioni oltre a quelle legate ad un vetusto patriottismo, agli affetti familiari, all'amicizia, al rispetto, all'aiuto reciproco, all'onore, allo studio, all'eroismo, alla bontà gentilezza generosità simpatia compostezza saggezza nobiltà d'animo altruismo ecc. ecc. ecc. Invano, ahimè. Solo Franti ci ha provato. Franti-contro-tutti che ha cercato di arginare la melassa dilagante col suo comportamento violento e irriguardoso, sprezzante delle Regole (della società e del romanzo). Ma è durato poco, neanche mezzo libro. Poi anche lui è stato travolto, e niente ha potuto più mettere un freno al piacere sadico di De Amicis di rintronarmi con le sue favolette edificanti e i suoi personaggi perfetti (il padre di Enrico è insopportabile, pronto a riprenderlo per ogni minima violazione del codice del cittadino perfetto, e ogni volta giù con lo spiegone moraleggiante). 
  Cuore sarà sicuramente servito a formare la generazione dei primi italiani, a insinuare negli animi ancora scossi dal rivolgimento politico e sociale dell'Unità d'Italia l'amore per una Patria ancora giovane, giovanissima. Magari, col suo enorme successo fin dalla prima pubblicazione, avrà anche creato una coscienza morale comune, un orientamento generale verso il Bene, una patria tendenza alla cooperazione e al reciproco rispetto in popolazioni ancora lontane tra di loro, sia in senso geografico che di mentalità, usi e costumi. Ma al lettore moderno, quello del 2020, il suo messaggio appare ormai svuotato di ogni attrazione e di ogni efficacia, in grado, forse, di suscitare al massimo un po' di nostalgia in chi, a suo tempo, ha dovuto leggerlo a scuola, magari inconsapevole del fatto che ripensando alla scuola (e a quando si era giovani e forti) anche il panino al salame che si mangiava nell'intervallo diventa un ricordo nostalgico. 
  Cuore ha smesso di dire quello che doveva dire tanto tempo fa, e se ancora lo troviamo nello scaffale dei classici è perché è il testimone di un'epoca e di una forma mentis ormai morte e sepolte, non certo perché sia ancora in grado, per dirla con Calvino, di "dirci qualcosa".      
















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